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Il Menhir Errante
Franco è Franco,
ma senza Rodolfo non è nessuno:
un nome sospeso,
una frase senza verbo.
Per tutti sei così,
figlio e figura,
eco del padre —
Franco di Rodolfo.
Anche se all’anagrafe,
con beffardo garbo,
sei Bernardo.
Siamo nati nello stesso paese,
ma fu Napoli il nostro legame profondo:
io tra piani e luci da costruire,
tu tra faglie e fossili da interrogare.
Ogni giorno, ogni uscita,
era un incontro quasi certo:
una piazza, un vico,
e tu c’eri —
come parte della segnaletica urbana.
Frequentavi persone
che poi raccontavano di te:
filosofia, mineralogia,
pensieri stratificati come la terra.
Un’anima che soppesa il mondo
con lentezza e precisione.
Poi il ritorno a casa,
un tempo ritrovato,
anni di camminate,
domande senza risposte,
condivisioni silenziose.
Finché l’amore,
con due fedi e due strade,
ci ha portati altrove.
Ma la voce —
quella ha saputo restare.
E come dimenticare la tua Golf,
rossa sbiadita,
orgogliosa di sé e della polvere.
Un erbario ambulante,
con terre di mille campagne,
violette e margherite che spuntavano
tra pedali e cartelle.
Un geologo vero,
nel suo habitat naturale.
Con gli anni,
sei diventato la scienza che ami:
il tuo volto è pietra,
il tuo passo, sedimento.
Un Menhir intelligente,
senza morale apparente —
o forse con una più antica,
più profonda,
che precede gli uomini.
Di geologi ne incontro tanti,
ma pochi sanno davvero di terra.
Molti sono solo crateri esausti,
vulcani spenti
senza neppure un lapillo d’identità.
Tu no.
Tu sei magma rappreso,
sapienza compatta,
tempo che cammina.
Quest’estate verrò da te,
la tua Golf non ci sarà,
ma ci saranno pietre,
vino,
e parole —
come fossili in attesa di voce.
Franco